Voices from Gymnastics

Il 18 ottobre 2022 Nina Corradini, ex farfalla della Nazionale di Ginnastica Ritmica, decide di denunciare apertamente abusi e violenze subiti nella sua carriera.
Esplode uno dei più grandi scandali nella storia dello sport italiano. Nina viene seguita da altre compagne come Anna Basta e Giulia Galtarossa.
Ma il suo coraggio è contagioso: le testimonianze si moltiplicano e arrivano da tutta l’Italia, includendo anche atlete appartenenti al mondo della ginnastica artistica.
Fino ad ora oltre cento le segnalazioni arrivate a ChangeTheGame.
Ecco le loro voci, voci di ragazze, mamme e padri coraggiosi, allenatrici. Voci che vogliono essere ascoltate, voci pubbliche, voci di verità.

Buonasera, ho praticato ginnastica ritmica per 10 anni, dagli 8 ai 18. Ho sempre subito insulti, spesso pesanti riguardanti le mie capacità mentali o sul mio aspetto fisico, ma la situazione è peggiorata dal momento che sono entrata nella squadra nazionale di ginnastica ritmica, le “farfalle”. In teoria in un ambiente del genere le atlete dovrebbero essere trattate con maggior protezione, invece era l’opposto. Sono entrata a 15 anni e sono dovuta andar via a 18, spinta al limite in ogni senso. Pesano le ginnaste ogni mattina in mutande in fila indiana, segnando i pesi su un quadernino, e umiliando chi ingrassava da un giorno all’altro. Spesso continuavano tutto il giorno a fare battute, davanti a tutti, dicendo cose come “sei una palla” o “ti sei vista allo specchio?” e queste erano le meno brutali. Ero talmente disperata di dover digiunare (ero nel periodo dello sviluppo) per pesare come il giorno prima che avevo smesso di far colazione, cenare e stavo attenta anche a quanta acqua bevevo, per paura che potesse aumentarmi il peso segnato sulla bilancia. Ad un certo punto ero stremata a causa delle 9 ore di allenamento giornaliere e l’alimentazione inesistente che ho iniziato ad assumere i lassativi. Ho sviluppato una vera e propria dipendenza, per la quale il mio intestino non funzionava più senza, ed ero totalmente disidratata. Mi ammalavo spesso, non avevo più forze, ma almeno pesavo meno. Uno non mi faceva più effetto, quindi iniziai a prenderne sempre di più. Pensavo al cibo giorno e notte, e la sera mi addormentavo piangendo in una stanzetta d’hotel, sperando di non svegliarmi mai più. Le allenatrici sembravano non vedere quanto io stessi male, e non si sono mai risparmiate un commento o una considerazione. Una sera ne presi 4, e il giorno dopo mi risvegliai con due chili in meno, una sete tremenda e svenni nella sala colazione dell’hotel, ero cadaverica, non volevo saperne di mangiare qualcosa, le mie analisi indicavano il ferro inesistente ma le allenatrici mi fecero andare lo stesso in palestra, facendomi i complimenti per il peso perso. Non sapevo più cosa fare per uscirne, avevo imparato il peso di un piatto di pasta (che ormai non vedevo da mesi) di una fettina di carne e perfino di un pezzo di pane. I miei genitori erano lontani, li vedevo raramente, non sapevo con chi parlarne per uscirne perché mi sentivo sbagliata, un peso, e quindi non lo feci mai. Trovai però il coraggio di andarmene, tornare a casa, e solo dopo mesi raccontai tutto ai miei amici e ai miei genitori. Ancora oggi spesso ho l’ansia a mangiare davanti a tante persone, o al ristorante, ma piano piano cerco di superarla. L’abuso psicologico nel mondo dello sport è talmente forte che nessuno ha il coraggio di parlare, vorrei interrompere, o almeno provare a farlo, questo circolo vizioso. Grazie per aver letto. Una ex atleta

“Non mi sentivo adatta. Mi sentivo brutta, volevo dimagrire in quel momento volevo sparire ero in imbarazzo: tutte le mie compagne mi fissavano loro durante le esecuzioni, lei le lodava, faceva paragoni fra di noi anche se loro facevano un livello più basso.  Tornata a casa, ebbi un attacco di panico volevo smettere ginnastica non volevo più vedere nessuno ero spenta ero lì davanti a lei non potevo fare niente non riuscivo neanche a parlare non c’è la facevo più”: sono le parole toccanti di una ragazzina, una piccola ginnasta, Ilaria, che ha affidato a un tema il suo disagio dovuto a forme di violenza emotiva e bullismo da parte della sua istruttrice. La sua mamma insieme a quella di una compagna – hanno dato la propria testimonianza all’associazione ChangeTheGame che combatte abusi e violenze nello sport. La ragazzina racconta tutto in un tema che colpisce i professori i quali subito informano la mamma e il papà. I genitori si attivano e portano il caso davanti alla Procura della Federginnastica. “Arrivata in palestra – scrive la bambina – tutte le mie compagne erano insieme, l’istruttrice le aveva mandate a riscaldare. Io e la mia compagna Ginevra eravamo le uniche che dovevano riscaldarsi velocemente per poi provare subito gli esercizi. Finito il riscaldamento, facciamo le spaccate dalle sedie e ci guardavamo. Il nostro umore era cambiato perché sapevamo cosa ci aspettava. Finita anche la spaccata, prendiamo gli attrezzi, cominciamo a ripassare gli esercizi. Arriva il momento in cui dobbiamo farlo davanti a lei, alla nostra istruttrice che fino a quel giorno ci aveva offeso e detto le peggio cose. Tocca a me, avevo ansia ed ero spaventata. Durante l’esercizio comincia a urlare di tutto e di più comincia a chiamarmi in tutti i modi: maiale, porchetta, ippopotamo. Già li ero a pezzi era solo metà esercizio volevo fermarmi non continuare l’esercizio tanto sarebbe solo peggiorato ma non potevo. Alla fine dell’esecuzione mi dice che non ero capace, che ero pesante nei movimenti, che non andavo bene e soprattutto una cosa che mi fece stare davvero male: ‘cambia sport’. Quella voce risuonava nella mia testa, andai in bagno scoppiai a piangere”. Una ginnasta di tredici anni

È una settimana che leggo storie di sofferenza, di violenza, di paura, eppure continuo a non sorprendermi. È come se tutte quelle storie fossero la mia, o quelle di una mia amica. È stato come ascoltare una cover di una canzone: il testo rimane lo stesso. Quindi ciò che racconta Maria, 35 anni, ginnasta olimpica, o Teresa, 12 anni, che partecipa al campionato regionale in Liguria, è la mia stessa storia, adesso 32 anni, all’epoca 14, ginnasta di Serie A, alta 1.58 m per 34 kg, così mi diceva tre volte al giorno il display della bilancia bianca posizionata in un angolo del bagno dello spogliatoio. “Voi siete quello che mangiate” ci diceva l’allenatrice. Io allora mi immaginavo una coppa di gelato a tre gusti, così bella, fresca e gustosa, invece no, no, dovevo cercare di assomigliare ad una foglia di insalata, leggera, elegante. Avevo imparato che la pasta di riso Scotti aveva circa 100 kcal in meno ogni cento grammi, e neanche a dirlo, sapevo a memoria le calorie di tutto ciò che mettevo in bocca. Mentre mangiavo contavo. Le calorie di alcuni alimenti le conosco ancora, ed è quasi vent’anni che non riesco a mangiare linguine. Un’estate non venni selezionata per un collegiale regionale perché il mio peso forma non era quello ideale, così dissero a mia mamma, non perché non ero abbastanza brava. Io ero silenziosamente al settimo cielo, quei collegiali erano un incubo. Passano mesi, anni, finché arrivano due scosse. La prima è il medico sportivo che non mi vuole dare l’idoneità a fare attività agonistica, prende mia mamma per mano, la porta in un’altra stanza e le dice che sono troppo magra. Ottengo quel foglio solo con la promessa che avrei finito il campionato e poi avrei smesso. La seconda, una specie di selezione all’ingresso: o fai ginnastica, o studi. In sintesi mi fu vivamente consigliato di non frequentare il Liceo scientifico. Forse è stato l’amore per lo studio che mi ha aiutato ad uscire da un’infanzia a metà e da un’adolescenza azzoppata, intrappolata in un fisico proprio di una bambina, non certo di donna. Eppure, non ho avuto genitori che volevano una figlia campionessa, o assenti, o sconsiderati. Forse con la vista un po’ offuscata da una nube di principi tutt’altro che costruttivi, anzi nocivi, anche a lunga data. Non ero neanche una bambina mossa da una così forte passione, a dirla tutta. Lo facevo perché ero brava ed il mondo dello sport era quello, era così e basta. Dopo un certo livello non si può pensare di divertirsi, mai, era sottinteso. Tutto sommato credo che mi abbiano insegnato non tanto a praticare uno sport, ma a sopportare. Sopportare la fatica, l’infelicità, la solitudine, la mortificazione, il giudizio. Ed era tutto normale. Se mi volto indietro e riguardo tutto con gli occhi di oggi mi sembra quasi un addestramento. Io sono sopravvissuta a questo addestramento, la mia infanzia e la mia adolescenza non del tutto: vedo tanti brandelli sparsi a ricordarmi che mi sentivo spenta, che non sorridevo mai. La ginnastica ritmica è ancora oggi un argomento delle mie sedute di psicoterapia. E chi non se le può permettere? O chi non riesce ancora a parlarne? Chi non si è ancora accorta che quella, per una bambina, non è la normalità? Io, Maria e Teresa siamo di generazioni diverse, parliamo con accenti diversi, non ci siamo mai viste, ma conosciamo benissimo una delle parti più intime delle nostre vite. Negli anni ’90, mi sono detta, non c’era una conoscenza sufficiente, una cultura sportiva adeguata, il nostro era uno sport minore. E oggi scopro che sono passati 20 anni, o forse 40, chissà, e l’allenamento si svolge ancora nello stesso modo, la mentalità non mi pare cambiata, forse non è cambiato proprio nulla, nemmeno con tante medaglie al collo, nemmeno con la popolarità, niente è servito a migliorare. Io, Maria e Teresa, a discapito di quando dica qualcuno, siamo tutt’altro che fragili; anzi, sappiamo molto bene di cosa siamo capaci. Ci avete addestrato alla resistenza: noi adesso, che sia con la nostra voce o anche solo con la nostra penna, resisteremo a chi non vuole che niente cambi e riscatteremo tutti quei sorrisi che non abbiamo mai fatto.
Grazie Nina, Anna, Giulia, grazie a tutte, grazie Changethegame e a chi ci sarà.
Una ex atleta

Era‌ nata come una passione ed è finita come un incubo. Era partito tutto da “mamma domani uso il nastro in palestra per la prima volta” ed è finita con “non posso mangiare né bere, domani l’allenatrice porta la bilancia e se ho messo su peso mi toccherà correre per un’ora con la fune ed i pesi sulle caviglie, come fanno fare a Giulia (nome di fantasia), che deve perdere peso”. Io sono sempre stata molto sottopeso, ma ero terrorizzata, Giulia era una mia grande amica e temevo con tutta me stessa che ciò che facevano a lei, come ad altre mie compagne, potesse essere fatto anche a me. una volta Giulia era salita sulla bilancia, l’allenatrice ha guardato il peso, poi ha guardato Giulia ed è scoppiata a ridere, una risata umiliante. Giulia scoppiò a piangere ed iniziò a correre. Erano pressioni indirette che però hanno gravato tanto su di me. Ovviamente non sono mancate nemmeno pressioni dirette. una volta mi ero messa in body, me lo ricordo benissimo, la mia allenatrice mi disse “settimana prossima hai gli allenamenti nazionali, dove credi di andare con quel sedere? guarda che vi peseranno!”. Un’estate, una delle mie allenatrici aveva fatto un cartellone con i nostri pesi attuali e quelli che, per lei, dovevamo raggiungere: era tutto fatto senza fondamento scientifico né medico, in base a come apparivamo ai suoi occhi lei aveva deciso quanto peso dovessimo perdere. Quando mangiavo poco venivo elogiata e così mi convinsi che stavo facendo la cosa giusta. la ginnastica era la mia vita, o forse anche di più, ma a causa di tutto ciò e a causa degli inevitabili problemi con il cibo che ne sono conseguiti, ad agosto 2020 ho dovuto smettere. non avevo più forze. da lì è iniziato il declino. Dopo 8 mesi da quando avevo smesso sono stata ricoverata in neuropsichiatria d’urgenza per anoressia. Ero in fin di vita, avevo 30 battiti al minuto e rischiavo l’arresto cardiaco. mi hanno messo il sondino, un tubo che entra dal naso e raggiunge lo stomaco che serve per nutrire. non volevo mangiare. non riuscivo a guardarmi allo specchio, mi sembravo sempre troppo grossa, pesavo 37kg ed ero alta 1,73. mi pesavo 30 volte al giorno. Ero convinta fosse giusto così, o meglio era quello che mi avevano fatto credere fosse giusto. La mia allenatrice aveva fatto diventare la bilancia lo strumento che stabiliva il mio valore. Non ero più una persona, ero solo un numero. Il primo ricovero non è servito a molto. durante questo, infatti, continuavo a vedere i medici come nemici, mentre la voce della mia allenatrice (che ormai dopo anni avevo interiorizzato) mi rimbombava in testa e mi continuava a spingere sempre di più verso la morte. Uscita dall’ospedale mi misero subito in attesa per un altro ricovero in un centro per disturbi alimentari. Quando venni ricoverata in MAC intensivo le mie situazioni erano talmente critiche che non potevo fare nulla, non potevo andare a scuola, non potevo camminare, non potevo studiare, non potevo vivere. I medici, giustamente, mi avevano impedito di fare tutto ciò per salvaguardare la mia vita che stava per essere inghiottita dalla morte. questo centro per disturbi alimentari mi ha salvato la vita assieme alla mia psicologa. tutt’ora non ne sono uscita, sono ancora sulla via della guarigione, ma quest’ultima, che prima sembrava essere diventata quasi irraggiungibile, ora è ad un passo da me. La ginnastica ritmica è uno sport a dir poco meraviglioso, ma che a causa di persone di questo tipo sta perdendo tutto il suo fascino. con il racconto della mia drammatica storia voglio innanzitutto ringraziare Nina, Anna e Giulia per avermi dato il coraggio di denunciare ciò e in secondo luogo voglio spronare tutte quelle ginnaste che subiscono queste violenze a fare altrettanto. non è giusto tutto questo, quando da piccoline ci siamo inscritte per la prima volta in palestra eravamo affascinate dalla musica, dall’eleganza, dagli attrezzi che volavano alti, e da molto altro, ma non di certo da una magrezza malata. Una ex atleta

Avevo 12 anni compiuti da pochi mesi quando, per la prima volta, mi scontrai con l’altra faccia della medaglia del mondo della ritmica, quella della quale non parla quasi mai nessuno. Ricordo come se fossero state pronunciate ieri le parole che mi disse la mia allenatrice nella palestra con le travi, quella del sabato. Non ero nella nazionale, ero in una squadra qualunque, quella era la mia passione, non era il mio lavoro. Ero piccola, sognavo di poter volare, ma non sapevo che cosa mi stava aspettando dietro alla porta quel giorno. “Adesso ti sei sviluppata, hai già le cosce molto possenti, stai attenta perché tenderai a ingrassare, devi stare a dieta”. Dieta, per una bambina così piccola questa parola è un mostro. La mia reazione fu quella di rifiutare, il giorno dopo, la pasta al forno che mi aveva preparato la nonna. “devo dimagrire – mi giustificai a me stessa – me l’ha detto M”. pesavo 46kg e mi ero imposta di arrivare alla cifra tonda: 40. Ma non successe, ovviamente. Quell’estate presi 12cm in altezza, raggiunsi i 50kg e io non me lo spiegavo. Sono cresciuta con una mamma che mi preparava pasti estremamente bilanciati, mangiavo verdure a ogni pasto, non pasticciavo mai, non riuscivo a capire come io potessi essere “ingrassata”. Sì perché dopo quella frase per me i 4kg in più sulla bilancia erano quello, grasso. Non erano i muscoli che aumentavano, le ossa che si erano allungate, il corpo che da bimba stava diventando quello di una piccola donna. per me era grasso. Ero una statua, avevo i muscoli disegnati, mi si vedevano le ossa e la tartaruga. Ma nella mia testa ero ingrassata. Chiesi a mia mamma di portarmi dalla nutrizionista, lei mi assecondò perché sapeva che nulla sarebbe cambiato nel mio regime alimentare. e così fu. La dottoressa mi confermò che ero perfetta, mi mostrò che sulla sua bilancia avevo pochissima massa grassa e tutto il resto era muscolo, mi spiegò che l’aumento di peso era normale perché ero cresciuta e perché avevo messo su massa muscolare che, a pari quantità, pesa molto più di quella grassa. Ma io non le credetti. […] Confessai a mia mamma, in lacrime, quello che quell’allenatrice, che era anche una madre, mi aveva detto. E mia mamma ci provò, ci provò con tutta se stessa a sistemare il danno che quelle poche parole avevano causato nella mia testa. litigò con quella persona. Ma non bastò perché lei proseguì per la sua strada. Mi metteva a confronto con le mie compagne di squadra che erano tutte più piccole di me sia in età che in altezza. Mi diceva che loro erano più magre e io iniziai a odiare me per non odiare loro. Che cosa ottenni? L’effetto contrario.  Tornavo a casa da scuola e svuotavo nel water il pranzo che mamma mi lasciava, arrivavo a fine giornata affamata e appena ero sola, di nascosto, divoravo tutti i pasticci possibili e immaginabili per poi sentirmi in colpa tremendamente. E via così, in loop. Mangiavo merda e svuotavo nel water il cibo sano con cui mi sarei dovuta alimentare. Fino a che, un giorno, scaricai male lo sciacquone e mamma la sera trovò gli avanzi di pasta e zucchine nella tazza del wc. Mi trascinò di peso da una nutrizionista, voleva prendermi in tempo, ma probabilmente era già troppo tardi perché la mia testa si era ammalata. Non seguii mai nessuna delle indicazioni di quella dottoressa, mangiavo di nascosto sperando che se nessuno mi avesse vista allora non sarebbe cambiato nulla. Presi peso, ingrassai, smisi di piacermi e mi rifugiai nel cibo. Più volte mi misi le dita in gola dopo aver mangiato tre focaccine che compravo di nascosto al bar della scuola. Ero grassa su miei occhi, nella mia testa quindi non ero malata. Non chiesi mai aiuto, o meglio l’aiuto lo avevo, ma non parlavo. Scoprii, anni dopo, di avere un disturbo dell’alimentazione, il cibo era diventato il mio migliore amico e, allo stesso tempo, il peggiore dei miei nemici. Continuai a mettermi a dieta, dieta che non riuscivo a seguire perché ormai ero entrata nel circolo vizioso dei dca. tutto perché, per quell’allenatrice, era fondamentale dirmi a soli 12 anni che sarei diventata grassa perché mi ero sviluppata. […] Quando andai a vivere da sola e mi allontanai dallo sport imparai a mangiare per fame e non più per ossessione, persi tutti i chili che avevo preso, mi sentivo finalmente bene, ma poi in un periodo terribile della mia vita crollai di nuovo sotto al peso della mia testa, il mio dca tornò più prepotente che mai. Ripresi a mangiare poco, ma male, male per davvero. e i chili ricomparvero uno dietro l’altro. mi autoconvincevo di piacermi, di essere perfetta così com’ero, di fatto lo ero perché ogni corpo è perfetto esattamente così com’è, ma non lo ero per come volevo essere io, per come ero sempre stata abituata a vedermi. Ho capito troppo tardi che ogni volta che si prospettava l’occasione di dover mostrare il mio corpo, io andavo in panico. La mia testa inconsciamente ricordava quel sabato in palestra quando, davanti alle mie amiche, mi sentii per la prima volta inadeguata. Sono passati anni e solo oggi, dopo un regime alimentare finalmente bilanciato, posso dire di aver imparato a tenere sotto controllo quella voce bastarda nella mia testa. Da marzo a oggi ho perso 10kg, inizialmente l’ho fatto male, contando ossessivamente ogni singola caloria che ingerivo, sminuzzando il cibo per paura che i pezzi più grossi mi avrebbero portata a diventare più grassa, eliminando quelli che, oggi, sono i miei fear foods. Poi però, per la prima volta da quel giorno di 10 anni fa, ho avuto il coraggio di chiedere davvero aiuto ammettendo il mio problema a qualcuno che si è accorto di me, mi ha presa per mano e mi ha mostrato i miei demoni. Mi ha accompagnata tenendomi la mano mentre, nel terrore, ho reintrodotto qualcuno di quei cibi che mi davano la nausea solo a pensare di mangiarli. Quell’allenatrice in una frase ha acceso una bestia dentro di me, una bestia che non pensavo meritasse di essere curata perché se ne parla troppo poco, o meglio si parla troppo poco di quei disturbi alimentari che non si vedono a occhio nudo. Non ero anoressica, non ero bulimica, ma il mio rapporto con il cibo quel giorno cambiò, mio malgrado, per sempre. Credo che questa sia la prima volta in cui ammetto a me stessa che la ginnastica ritmica da un lato mi ha regalato un sogno ed è protagonista della maggior parte dei miei ricordi più belli, dall’altro però fu l’inizio di un incubo che mi porto dentro ancora oggi. E forse è per questo che, a 15 anni, la abbandonai con le lacrime agli occhi. Scelsi la danza, non avevo il corpo giusto nemmeno per quella all’epoca, ma avevo dalla mia parte una maestra che mi ha sempre guardata nel cuore e non sull’etichetta dei pantaloni che portava incisa la taglia 48. E in quel momento al mio cuore bastava quello. Mi pento ogni giorno di aver abbandonato il mio sogno, mi pento ogni giorno di aver permesso a un mostro di distruggere la mia infanzia e di catapultarmi nel mondo dei grandi. È una ferita che non si risanerà mai, oggi ho solo imparato a conviverci e a darle meno spazio di quello che, nella mia testa, si prendeva da sola. Con tutte coloro che combattono questa battaglia per restituire alle bambine che sognano la possibilità di spiccare il volo con le proprie meravigliose ali. Una ex atleta

Se dovessi paragonare il mondo della ginnastica a degli animali non sceglierei le Farfalle, leggere e leggiadre tanto da diventare il soprannome delle ragazze della ginnastica ritmica, ma indicherei in primis il Gattopardo. Questo non per la scaltrezza e l’agilità del felino, ma per alcuni concetti ripresi nel celebre romanzo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa. “Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi” è una famosissima frase del romanzo che fornisce una chiave di lettura per riflettere sul presente, perché il momento che la ginnastica sta vivendo è il risultato delle scelte del passato e dei cambiamenti che di fatto hanno solo abbellito con qualche lustrino un vestito sgualcito. È di questi giorni la presa di posizione, dopo ritmica e aerobica, di ginnaste ed ex ginnaste dell’artistica. Sono stata un’atleta di alto livello e ora sono un’allenatrice. Come le mie ex compagne ho vissuto momenti felici e momenti che solo ora riesco a etichettare come infelici. Non me ne vorrà qualcuno se sottolineo le parole “solo ora”. Non ho realizzato tutto ciò dopo le recenti testimonianze, ma grazie a tre anni di sedute con la mia psicologa che mi hanno permesso di rielaborare quanto subìto e capire come una parte di me avesse assimilato, sommerso e represso certe pratiche. Lo dico per sgombrare il campo da facili accuse o illazioni di chi potrebbe interpretare queste mie parole come il desiderio di rivalsa di una persona che non ce l’ha fatta ad entrare nel Gotha della ginnastica artistica. Sia chiaro, le violenze verbali e fisiche sono sempre state riconosciute da me come tali, ma fino ad ora le avevo imputate ad una mia inadeguatezza, al mio non essere all’altezza delle aspettative. Da atleta mi veniva detto che le violenze fisiche e psicologiche erano per il mio bene, per far sì che non mi facessi male e fossi consapevole del pericolo di certi elementi, se eseguiti senza la giusta concentrazione. Mi veniva anche detto “Tu non devi pensare, devi fare quello che ti viene chiesto”. Il problema è che fino ad ora sono sempre stata convinta che fosse la realtà, che io non fossi in grado di pensare, che addirittura non potessi pensare con la mia testa. Questo ha pesato più di tutto sulla mia persona, più delle privazioni alimentari, più del potermi dissetare solo con lo spruzzino dell’acqua, più di allenamenti estenuanti di prima mattina a completo digiuno, più di pratiche malsane come correre sotto il sole cocente con il K-Way, più di infortuni per sovraccarichi e rischi per la mia salute e potrei continuare con altri esempi della ginnastica che fu, esempi che trascendono il tecnico, come quando un telecronista dopo un mio disastroso esercizio a corpo libero disse in diretta nazionale: “Ora conoscendola si metterà sicuramente a piangere…” (Si è mai chiesto il perché?). Questo probabilmente è il ritratto della ginnastica dei miei tempi, non della ginnastica di oggi dove nelle grandi palestre le bilance sono sparite e ci si avvale di psicologi, nutrizionisti, fisioterapisti ed esperti a 360 gradi. Nel frattempo però una generazione di allenatori, nella quale mi trovo anche io, è cresciuta con la convinzione che l’eccellenza fosse la ginnastica che fu, che i carichi di lavoro e soprattutto le metodologie di allenamento corrette fossero quelle sperimentate nel corso della propria carriera agonistica. Ho fatto un percorso che mi ha permesso di scavare dentro me stessa e vedere i torti e le violenze che ho subìto e soprattutto capire che se un atleta sbaglia non è l’atleta che non va. Di questo chiedo scusa alle mie ginnaste che furono.
Per evitare quanto descritto nel Gattopardo occorre però andare oltre. Nel corso degli anni sono cambiate le metodologie di allenamento, le palestre sono più accoglienti, gli eventi sono più spettacolari si vedono anche ginnaste sorridenti (allenatori ancora pochi), ma certe figure si sono solo mimetizzate. Noi siamo state, passatemi il termine brutto, le cavie per progredire verso una nuova ginnastica. Alcuni camaleonti hanno cambiato il colore della pelle ma restano ancorati ai loro rami e quindi la domanda da porsi per tornare al tema del Gattopardo è: è vero che tutto cambierà oppure tutto rimarrà uguale ma si presenterà solo in una forma diversa? Una ex atleta e ora allenatrice

Sono la mamma di una bambina con il sogno della ginnastica, una ‘farfallina’, Emma, piena di speranza e talento. Leggo con sgomento le denunce che in questi giorni si stanno susseguendo legate al mondo della ginnastica ritmica e artistica, ragazze che hanno deciso di aprirsi e parlare, raccontando la loro storia. Una storia comune ad altre bambine, come Emma.
A soli 13 anni, mia figlia ha sperimentato l’abuso emotivo, il bullismo e l’isolamento da parte della sua istruttrice, riuscendo a parlarne solo dopo mesi con me.
Umiliazioni e mortificazioni pubbliche, di fronte a tutte le compagne, allo scopo di demolirne l’autostima, a tal punto da farla smettere. Un cambio di atteggiamento repentino e traumatizzante da parte dell’allenatrice che è passata dall’incoraggiare Emma al dileggiarla, schernirla ed isolarla. Ma questi comportamenti non erano sporadici e coinvolgevano anche altre ragazzine apostrofate con epiteti come ‘ippopotamo, vitello tonnato, cinghiale’.
Questa istruttrice, con Emma presente chiedeva alla sua amica del cuore di non frequentarla, altrimenti avrebbe fatto la stessa fine, cioè quella di dover abbandonare la ginnastica. “Come vi ho creato, vi distruggo”, diceva.
Mai avrei immaginato che chi insegna sport potesse abusare del suo ruolo in modo così devastante. Lo sport forma il carattere, non lo distrugge. C’ è voluto un anno per recuperare la serenità emotiva di mia figlia.
Nel 2021 ho denunciato questi abusi psicologici alla federazione italiana di ginnastica per dare a mia figlia un esempio di coraggio, per insegnarle a reagire e non subire, a non piegare mai la testa.
Sono stata la prima mamma a denunciare, ma nel corso del procedimento si sono unite altre mamme per gli stessi motivi, nonostante io e mia figlia fossimo state completamente isolate, almeno in un primo tempo.
Il tribunale sportivo ha condannato l’allenatrice a 45 giorni di sospensione. Benché la sanzione sia blanda, resta nero su bianco il riconoscimento della sua colpevolezza.
Appena costituito il ‘safeguarding office’ il nostro caso viene subito preso in esame, il primo loro caso, ma ancora siamo in attesa di sviluppi.
Cosa è successo dopo la sospensione dell’allenatrice scontata nel mese di agosto 2022?
Lei è presidente di giuria a gare regionali, un ruolo comunque prestigioso. Emma ora ha ricominciato, la sua società è una rara isola felice. L’aspetto umano e il rispetto sono al primo posto. Le bambine e le ragazze sono aiutate, sostenute ed incoraggiate, ottenendo risultati eccellenti.
Emma ora sa che lo sport non e’ fatto solo di fatiche e sacrifici ma anche e soprattutto di gioia e amore. 
Una mamma

Siamo le mamme di due ragazzine di 14 anni con la passione per la ginnastica ritmica! Quello che sta uscendo in questi gg nel mondo della ginnastica ritmica di alto livello non è che la punta di un iceberg che affonda la sua base anche nelle piccole società frequentate da ginnaste senza alcuna aspirazione nazionale come le nostre figlie. Era dicembre dello scorso anno quando Ginevra e Ilaria, insieme ad altre loro compagne di squadra, hanno iniziato a raccontare a noi genitori alcuni dei comportamenti vessatori ingiuriosi e di umiliazione che la loro allenatrice riservava loro durante gli allenamenti da qualche mese. “Sembri un maiale che si rotola nel fango o ippopotamo o non farai mai niente nella vita, non andiamo alla sagra della porchetta, per poi passare a sei una miracolata “ed altre umiliazioni dallo stesso tono unite a parolacce. Tutto questo le ha portate a vivere il loro sogno come un incubo da cui non riuscivano a venire fuori tanto da decidere di smettere se non fossimo intervenute in tempo per allontanarle da quell’ambiente e spostarle in un’altra società. Da quel momento è iniziato un calvario fatto di burocrazia, esposti e ricorsi presso il tribunale sportivo conclusosi a luglio 2022 con una sentenza di sospensione di poco più di un mese irrogata alla ex allenatrice. Soprattutto per quanto riguarda Ilaria, lei piangeva spesso ed ha iniziato a raccontare poche cose, per poi affidare ad un tema scritto a scuola il suo malessere ed il suo dolore, tanto che come mamma sono stata contattata dalla scuola proprio per venire a conoscenza di tutto e per valutare il percorso da seguire. Trovare professori come quelli che ha avuto mia figlia è un dono grande. Non parliamo di ragazze di interesse nazionale ed è per questo che forse occorrerebbe fare più attenzione; la Nazionale è una sola mentre le realtà piccole come quella dove si ritrovano ad allenarsi la maggior parte delle ginnaste sono molte ed è giusto che le ragazze debbano vivere lo sport che amano in maniera sana. Non è possibile scoprire che le stesse persone a cui affidiamo le nostre figlie per prendersene cura a livello sportivo siano poi le stesse che invece di tutelarle e accompagnarle in un percorso di crescita sportivo ed umano le mortificano e umiliano andando a colpirle psicologicamente approfittando della fiducia delle famiglie e della giovane età delle ginnaste. Questo nostro messaggio è proprio per invitare tutte le ragazze che hanno subito atteggiamenti simili a venire fuori, a denunciare per dare modo alla Federazione e a tutti gli organi competenti di intervenire. Noi abbiamo contattato anche il Safeguarding, che era appena stato istituito, perché è molto importante far capire alle ragazze che questi comportamenti non sono corretti e non devono essere accettati per nessuna medaglia e nessuna coppa. Non c’è riconoscimento più grande della propria dignità. Nel frattempo, le nostre ragazze proseguono in un’altra associazione dove piano piano stanno ritrovando un po’ di serenità e la gioia nell’allenarsi ed entrare in pedana a gareggiare. Due mamme
Molte famiglie ci hanno chiesto di raccontare la nostra storia e lo voglio fare nella speranza che sia utile a chi verrà dopo. Giada ha smesso a 12 anni, lei era una bambina talentuosa, fra le prime 20 ginnaste d’Italia della sua categoria, si allenava da quando aveva 4 anni, ore di palestra tutti i giorni. Giada e altre sue compagne la notte piangevano dalla fame, lei era addirittura ingrassata perché scoprimmo poi che per supplire alle carenze di cibo causate dalla sua allenatrice, mangiava cibo spazzatura alle macchinette pubbliche nei palazzetti sportivi. Oggi non mi stupisco affatto dei racconti di queste ore… L’insegnante di Giada la faceva saltare in continuazione sul tibiale infiammato e la riprendeva col cellulare dicendole che se avesse detto la verità ai genitori, gliel’avrebbe fatta pagare. Solo da pochi giorni ho scoperto (perché Giada non voleva raccontarmelo) che, durante un allenamento, mentre faceva la sgambata con l’elastico legato alle caviglie che passava su una spalla per creare più attrito, la sua allenatrice le fece lo sgambetto sulla gamba d’appoggio. La bimba cadde con violenza sull’osso sacro e ancora oggi ha problemi alla colonna, il rischio in questi casi è anche di rimanere su una sedia a rotelle per tutta la vita. Mia figlia è stata umiliata con parole come: i tuoi genitori sono due st…, ti hanno mollata qui, a loro non frega niente di te, io non ti ho scelta, sono stati i tuoi genitori a scaricarti qui da me… Addirittura, la sua amica Maela è stata picchiata con le clavette su un braccio…”. Ora – commenta – leggo e rileggo il comunicato del 30 ottobre 2022 della federazione dove dice che di questi problemi si interesserà la procura federale, ci sarebbe da ridere se la cosa non fosse molto seria. Perché noi ci siamo passati per quella procura federale, ci rivolgemmo alla federazione pensando che di sicuro avrebbero protetto delle ragazzine di 12 anni appena compiuti, salvo poi scoprire che cercarono di tutto pur di proteggere il loro sistema malato. Una farsa. Tuttavia mi sento di chiudere lasciando delle parole di speranza. Ancora oggi abbiamo degli amici conosciuti nell’ambiente, grazie a questa esperienza Giada oggi ha tante amiche, una in particolare, Sofia, la sua amica del cuore, loro si frequentano spesso e anche noi genitori ci frequentiamo, veramente. Anche il Papà e la mamma di Sofia sono nostri amici del cuore… amiche come Maila che sarà per sempre nel nostro cuore, allenatrici bravissime con le quali si lavora e si fa agonismo in armonia… ragazze fantastiche come Sofia Raffaeli, nostra campionessa del Mondo… potrei continuare ore e ore… perciò alle ragazze dico, non mollate, la ginnastica ritmica è uno sport bellissimo, vi auguro di realizzare i vostri sogni, ma sappiate che i vostri sogni si realizzeranno già facendo semplicemente sport… è il viaggio che ricorderete, più dei risultati. Un padre
Sento profondamente il bisogno di offrire la mia testimonianza su quanto sta avvenendo nel modo della ginnastica ritmica. Premetto che la mia esperienza non sarà completa, in quanto alcune persone non desiderano essere citate, nemmeno in forma anonima. Entro nel mondo della ginnastica ritmica casualmente, per qualche anno frequento una palestra non di spicco (esperienza non proprio positiva, ma almeno priva di atteggiamenti violenti) e poi, dopo il 2010, approdo ad una società di alto livello. Prima svolgo solo attività di piccolo supporto logistico, poi, in breve tempo, entro a far parte del gruppo dirigente della società, in diversi ruoli per circa 5 anni. Ho preso anche l’attestato di tecnico di 1^ livello. Non mai voluto seguire un corso, e non ritenendomi sufficientemente preparata tecnicamente e pedagogicamente a svolgere tale ruolo ero di supporto, su alcuni aspetti, dato il mio passato sportivo. Questa è la premessa. Passiamo al dunque, a ciò che mi tormenta ormai da qualche anno e che avevo tenuto sospeso dentro una parte della mia coscienza, e che quello che sta accadendo in questo momento mi sta aiutando ad affrontare. Con dolore, tanto dolore. Una me che non accetto, che non voglio, che vorrei cancellare, ma con la quale devo fare i conti. Ho assistito a maltrattamenti di bambine e adolescenti, all’interno della palestra che frequentavo senza fare praticamente niente. Ritenendolo, di fatto, “normale”…: serviva alla crescita psicologica ed emotiva delle atlete, che fossero di medio, alto o altissimo livello (anzi quest’ultime tutto sommato erano meno maltrattate delle altre – temevano che andassero via e invece “servivano”). La quotidianità era “testa di cazzo, idiota, faccia di culo, handicappata motoria, non sai fare un cazzo, non vali niente, sembri un maiale, i tuoi genitori sono la tua rovina, orfane, le voglio le ginnaste.” e tante altre cose che non ricordo più. L’allenamento dalle 10.00 alle 16.00, significava non mangiare. Se finiva alle 17.00 avevi speranze… alle 18.00 od oltre era sicuro, forse, se l’allenatrice non si scordava… è successo anche questo… Mi è capitato spesso di frappormi tra la ginnasta presa di mira e l’allenatrice. Di solito se c’ero io con lei la lasciava in pace… questo è tutto ciò che ho fatto. Ma non è abbastanza. Allora mi sembrava giusto. Sì, qualche volta insisteva un po’ troppo e ritenevo giusto smorzare un po’, ma sostanzialmente ritenevo giusto il suo metodo. Sarebbero diventate più forti, più capaci di affrontare la vita, più toste. Ma invece era solo violenza. Violenza pura a danno di bambine. In molti penseranno che potevo dirlo allora, potevo denunciarlo allora, che dopo è facile. No, no e no. Non potevo dirlo allora. Dovevo procurarmi prove, e nel momento in cui ho capito ero talmente scioccata da quella che ero da voler solo scappare. Nessuno mi avrebbe appoggiato… So che è difficile da credere, ma alla fine ti convincono che quello che fanno è giusto e normale per l’agonistica. E poi non è stato facile affrontare la mia coscienza. È il giudice più severo che abbia incontrato nella mia vita. Più degli insulti, più dei giudizi negativi, più della pena, più della rabbia, più di qualunque cosa negativa che io possa ricevere e meritare…devo affrontare la mia coscienza, e dopo quella, veramente poco mi fa paura, forse, solo la vergogna per quello che non ho fatto e che avrei potuto e dovuto fare. E vorrei ricordare, che si parla di ciò che ci fa male o ci ha fatto male, quando si è pronti, non a comando…a volte si riesce subito, a volte ci vogliono anni, a volte non si riesce mai, purtroppo… Una cosa sola vorrei aggiungere, che non riguarda la mia storia, ma che mi ha colpito e mi preoccupa… vedo post di ginnaste ed ex ginnaste della nazionale scrivere che loro non vivono o hanno vissuto vessazioni. Premetto che non so cosa sia successo in un passato remoto o recente a Desio e fino a che non vengono accertati i fatti, in questo Paese vige la presunzione di innocenza, ma mi pongo una domanda: non è che hanno talmente introiettato i comportamenti abusanti nel loro io, da ritenerli “normali” in massima buona fede? Mi sorge questa domanda, perché parlando con persone che hanno visto ciò che succedeva nella palestra che ho frequentato e dove ho visto l’orrore che ho descritto, mi sono resa conto che neppure ora “percepiscono” quanta violenza ci fosse. Forse non riescono ad ammettere con se stessi di esserne, in qualche modo, stati complici. Sento il bisogno di scrivere anche su un altro aspetto. Ho letto alcuni commenti negativi sui genitori delle bambine, adolescenti e ragazze sottoposte a violenze fisiche e psicologiche. E vorrei ricordare che tutti i genitori commettono errori, e su molte cose, ma – anche ammesso che in alcuni casi abbiano sbagliato – il loro errore non assolve i veri responsabili e trovo inaccettabile che si sminuisca l’orrore commesso da un insegnante a cui un genitore ha affidato la propria figlia, con la scusa che questo abbia tollerato (e vi assicuro che vi inducono a credere che sia giusto così) o che non se sia accorto. Un altro motivo di delusione e rammarico. Non facciamo che questa vicenda sia un’occasione persa, non permettiamolo. Una istruttrice
La personalità è scomoda È più facile plasmare una bambina a proprio piacimento…ed è per questo che in tenera età (5-6 anni) le bambine dei corsi vengono scelte dalle allenatrici più esperte. Non solo qualità fisiche…ma anche indole… Gran lavoratrice Non parla mai Non interrompe E vengono scelti anche i genitori…ebbene sì… Come sono fisicamente? Longilinei? Rompiscatole? Puntigliosi? Perché la minaccia è normalizzata: dal semplice “ti metto in fondo alla fila se non ti alleni bene” al “creiamo questa formazione così nascondiamo Tizia per non far vedere il culone che ha” (diventi un problema per la tua squadra…ne va del risultato della tua squadra) “stai bene in linea altrimenti nemmeno le tue compagne riescono a coprirti!” (quindi non solo sei grossa ma non sai nemmeno stare in formazione) Al “neanche in tuta sugli spalti ti posso portare in gara”…meglio non farsi vedere finchè non si ritorna in forma… Le ginnaste di alto livello sono molto consapevoli…tanto consapevoli dei difetti (da nascondere) e poco dei loro pregi. Alle tecniche chiedo: Rompiamo questo muro di omertà. Riconosciamo le mele marce di questo sistema e agiamo DIVERSAMENTE. Dobbiamo far in modo di normalizzare la disciplina, la resilienza nel lavoro quotidiano finalizzata al raggiungimento di un obiettivo SENZA ritorsioni di qualsiasi genere. Invece di prendere esempio da figure che pur di essere all’apice si comportano in modo dittatoriale e poco etico… Fermiamoci un attimo e riformuliamo i nostri allenamenti partendo dalle parole…potrebbe essere utile un corso di comunicazione…le parole giuste per spronare un bambino le conosciamo? O sappiamo solo spronarli a suon di ritorsioni? Creiamo un metodo di lavoro tutto nostro! Abbiamo raggiunto le vette del mondo negli ultimi anni…ora sappiamo che non abbiamo niente in meno delle ginnaste dell’est. Creiamo un metodo di allenamento più al passo coi tempi, più stimolante e sensibile. Che tenga conto della personalità individuale, della crescita di un individuo sportivo che potrebbe voler fare il nostro stesso lavoro…che potrebbe allenare per ore nostra nipote… Vorremmo mai vedere scene come quelle che si leggono in questi giorni su nostra nipote architettate da una nostra ex allieva? La palestra deve essere una palestra di vita. È vero che crescere le nuove generazioni diventa sempre più difficile…perché i nostri giovani atleti hanno grande personalità e se ce l’hanno è perché dietro c’è una famiglia (attenta e probabilmente rompiscatole) che è riuscita ad assecondare un’anima diversa dalla loro…senza sopprimerla… È per questo che tante ragazze in questo momento stanno tirando fuori il coraggio. Ragazze con personalità carismatiche. Il coraggio di cambiare. Quello lo dobbiamo avere anche noi allenatori! Un’allenatrice